Il sito di "leggermente" è in costruzione, portate pazienza stiamo lavorando per noi e per voi....grazie!

Leggermente
trasmissione di letture curata da Eugenia Foddai  
( per informazioni e collaborazioni sempre molto gradite: efoddai@alice.it )
 
Franco Berardi Bifo, Un'estate all'inferno, 2002, pp.107, Luca Sossella editore, lettura del 26 febbraio 2011........audio
 
Dyler Geoff, Natura morta con custodia di sax. Storie di Jazz, 2002, pp.320, Instar libri-Saggia/Mente, lettura del 20 febbraio 2011......audio
 
Atiq Rahimi, Pietra di pazienza, 2009, pp.112, Einaudi-Supercoralli, lettura del 13 febbraio 2011.........audio
 
Franz Kafka, Lettera al padre, 90 pp., Feltrinelli, lettura del 5 febbraio 2011......audio
 
Leonardo Sciascia, Il mare color del vino, 1973, 160 pp., Einaudi-I coralli, lettura del 30 gennaio 2011........audio
 
Simona Vinci, Uno stivale rosso, racconto tratto dal libro "Trame calzanti" 2010, Edizioni Alegre, lettura del 16 gennaio 2011.....audio
 
Sessanta temi di bambini raccolti da Marcello D'Orta, Io speriamo che me la cavo, 1994, pp. 154, Mondadori, lettura del 9 gennaio 2011.....audio
 
Dylan Thomas, Il mio Natale nel Galles, 1981. Emme Edizioni, lettura del 2 gennaio 2011....audio
 
Stefania Bertola, Il primo miracolo di George Harrison, 2010, 124 pp.,
Einaudi-I coralli, lettura del 24 ottobre 2010......audio
 
Ernesto Che Guevara, Latinoamericana-Un diario per un viaggio in motocicletta, 1992, 128 pp., Feltrinelli, lettura del 17 ottobre 2010......audio
 
Aldo Busi, Seminario sulla gioventù, 1984, 340 pp., Oscar Mondadori, lettura del 10 ottobre 2010....audio
 
Guido Viale, A casa, 2001, 190 pp., l'ancora, lettura del 3 ottobre 2010.....audio
 
Erri De Luca, Il contrario di uno, 2003, 120 pp., Feltrinelli.I Narratori,
lettura del 19 settembre 2010......audio
 
Sergio Bianchi, La gamba del Felice, 2005, 150 pp.,Sellerio, Palermo. Il contesto 8, Prefazione di Nanni Balestrini, lettura del 12 settembre 2010......audio
 
 
Vargas Llosa Mario, Lettere a un aspirante romanziere, tr. di Felici G.,1998,
119 pp.,Einaudi tascabili. Stile libero, lettura del 5 settembre 2010 ......audio
 
Wallraff Gunter, Faccia da turco. Un "infiltrato speciale" nell'inferno degli immigrati, 1992, pp.256, editore Pironti, lettura del 20 giugno 2010......audio
 
Nafisi Azar, Leggere Lolita a Teheran, 2004, pp.379, Adelphi-Le collane dei casi, lettura del 23 maggio 2010.....audio
 
Orhan Pamuk, Le voci di Istambul, 2007, pp. 117, editore Datanews-I Rubini, lettura del 16 maggio 2010........audio
 
Stefano Bonaga, Sulla disperazione d'amore, 1998, pp.96, Feltrinelli-Universale Economica, lettura del 18 aprile 2010.....audio
 
Stefano Tassinari, Il vento contro, 2008, pp. 190, Tropea- I Narratori, lettura del 21 marzo 2010.....audio
 
 
 
 
CONCORSO LETTERARIO " LA FESTA DEL RACCONTO......è IL RACCONTO DELLA FESTA "
 
     
1° classificato MICHELE PICCARDI  con "Sembra quasi un mare....l'erba".......lettura dell'attore  Silvio Gandellini......audio
                                                              
                                                   parimerito
     
2° classificato ANDREINO LONATI con "La festa di quella radio là"
2° classificato ANDREA UBERTI con "And everything looks good tonight"........lettura dell'attore Silvio Gandellini.......audio
                                                             
                                                   parimerito
     
3° classificato DIEGO RAZZITTI con "Abubacar è sicuramente un bravo bambino"
3° classificato SANDRO con "Festa di Radio Onda d'urto memorabile rimarrà sempre quella del 2059"
 
 
 
 
1° classificato
 
 
Sembra quasi un mare………l’erba
 
 
Drogati, autonomi, o forse autonomi e drogati. Non ricordo cosa mi aveva
spiegato Paolo, l’edicolante, calabrese d’origine, ma padano da sempre, con
fazzoletto verde bandiera, ripiegato nella tasca quasi come un simbolo nascosto
di appartenenza.
Me ne aveva parlato un mattino, dopo il caffè e prima della svogliata lettura
delle notizie sulla città, a me ancora sconosciuta e misurata a passi stanchi.
“Lè semper la solita storia, prepotenti e sporchi, arroganti e rossi. Ha visto
che roba, altro che festa di onda d’urto, la galera ci vorrebbe, anzi i lavori forzati
come ai bei tempi, con tutte le buche che ci sono per strada, quanto lavoro c’è da
fare”
Il solito sorriso, le monete fuori dalla tasca, ed il mio essere invisibile
scivolava via, ma la frase detta mi ricordava altro.
Camminavo molto, percorrevo la periferia fino al lavoro ed il tempo di
svolgere i pensieri non mancava. Questa città era diversa dalla mia, sempre
diversa, quartieri di case tutte uguali, ognuna con il proprio giardino, più o meno
curato, ma sempre con il portichetto, le pietre maculate a vista e l’ingresso
fantasia di geometri sull’orlo di un esaurimento nervoso. E poi di colpo la storia, i
palazzi antichi, la ricchezza dei marmi e la povertà degli intonaci scrostati. Da
piccolo con fatica mi ero abituato alle puzze dei canali e della muffa dei fondaci,
le fogne che d’estate ti avvolgevano di anime altre e d’inverno rilasciavano
gocce gelide di nebbia. Qui no, dominava l’odore di motore e le cucine del
ristorante di moda, sempre uguali tra di loro, nauseanti in questa calura estiva.
Camminavo e misuravo marciapiedi, contavo strisce e costruivo la
contabilità mentale delle vie che avrei dovuto percorrere alla prossima fuga, e tra
questi pensieri la festa, quasi un pensiero di anni da cui fuggire.
Qualcuno me ne aveva parlato dentro, perché si era inguaiato con la roba,
ma sempre il sorriso scivolava via, ed ero di nuovo invisibile, senza commenti,
senza emozioni.
E l’archivio si allenava a nascondere e riprendere i files, una faccia, un
luogo, la targa di una macchina, gli orari di entrata e uscita, gli amici e gli accenti.
Così ero stato allevato, ed ero il migliore. Mi chiamavano Louis, in onore di
Khan, un architetto russo, poi americano, poi ebreo, poi molte volte marito e altre
volte padre non riconosciuto. Khan era ossessionato dalle proporzioni, dai moduli
geometrici, i rapporti tra le parti di un edificio. Era il migliore.
Anche io ero il migliore, quello di cui ti potevi fidare per il colpo, che fosse
per soldi, per le gambe o per il cuore; un colpo secco e poi via, in ogni città,
senza perdere mai il controllo, a piedi o con il mezzo, una via dietro l’altra, e poi
le piazze, le tangenziali, le autostrade, i sentieri sino al luogo sicuro.
Strano giocare in terra ferma, abituato ai canali dove il mondo seguiva
diverse regole, eppure quello era il segreto, immaginare le fughe e le rapine
come isole nella corrente fluida dei passanti, e lasciarsi trasportare senza
opporre resistenza, senza creare quella leggera increspatura che rivela il sasso
sotto il pelo dell’acqua.
Ed io, il barcaiolo, il calcolatore, il geometrico fantasista portavo i compagni
sempre al miglior risultato, senza errori, senza esitazioni, fino al centro.
Fino a quella volta, quello strano giorno di nebbia, la nemica di Louis il
misuratore, la mia nemica.
Gli altri entrano, guardano, colpiscono escono.
Prima, seconda, terza, rettilineo cento metri a destra, terza seconda,
frizione seconda a sinistra, la rotonda, trecento metri ed il ponte, e poi il fiume a
sinistra e la nebbia, di colpo una muraglia. Gli altri mi guardano ed io non freno,
accelero, di più. Il rettilineo lo vedevo negli occhi, nella testa avevo rifatto il
percorso all’infinito, fino a conoscere il numero dei lampioni, paracarri a destra, le
case basse a sinistra.
E poi il bagliore, nella nebbia il bagliore rosso, cazzo non c’era nel ricordo.
“louis cazzo fai, frena” sbaaam E poi i vetri, lo sterno, gli occhi chiusi, le armi
sotto i piedi, e apri gli occhi, dieci occhi per dieci pistole spianate, dieci urla per
dieci anni di merda dentro. Il rosso dei pompieri di quel maledetto incendio che
non avevo calcolato, e le pantere che non dovevano esserci, e gli altri che avevo
fregato, Louis non aveva calcolato bene quella volta.
E poi essere invisibile di nuovo, non parlare quando qualcuno parlava
anche troppo, non fidarsi più dei compagni che fino a ieri credevi invincibili, e ora
erano invisibili.
Strano pensare ora alla festa, nascosto tra i passanti con il minimo delle
parole, con questo accento acquatico che avevo nascosto per anni. E così per
giorni, camminare, contare i passi, osservare le facce, intuire le emozioni e
pensare alla festa. I giornali ne parlavano, i politici non la volevano. Lo avevano
promesso nel loro sgualcito lessico padano, lo avevano dichiarato. Mai più
drogati e autonomi, mai più raduni di migliaia di persone con il permesso di
sperimentare la trasgressione, l’illegalità in un luogo fuori controllo, fuori decibel,
fuori.
Il fuori era ancora una fatica, con la paura di incontrare facce conosciute,
amiche o nemico non importava, ma il passato faceva paura e non ne ero più
uscito.
E poi quel giornale locale con il programma, i concerti, le assemblee ed il
capo, il capo parlava lì, di sociale sfruttamento e cooperative.
Il capo che mi aveva fatto da padre, con il gelo negli occhi ma la speranza
nelle parole, la forza della lotta, gli ordini da seguire, a Louis il calcolatore, il
misuratore di linee e di emozioni, da chiudere in scatole e ripescare a tempo
debito.
Non volevo più vedere facce conosciute, non frequentavo alcun luogo che
potesse ricondurmi al passato, ma gli occhi del capo non li avevo mai
dimenticati.
Ora anche lui era libero, forse.
“I tuoi occhi sono fari abbaglianti” un uomo al bar mugola la canzone, bevo
il caffè, fumo la ventesima sigaretta e per la prima volta il dubbio si insinua. Il
primo cedimento dopo anni di calcolo e disciplina.
Il capo, mi aveva cercato una volta e non avevo risposto, senza sapere
come mi aveva trovato, ma lui sapeva dove ritrovare le sue anime contorte e
disperate, invisibili tra gli altri.
Il dubbio rodeva anche la settimana dopo, mentre tracciavo linee rette
parallele, su quel programma che avevo trovato nella libreria sotto casa, l’unico
luogo dove mi scoprivo a cercare emozioni di altri, nascoste tra le pagine.
Ed il dubbio si faceva certezza, da solo dovevo andarci, nascosto da una
identità che non era più la mia, occhiali e grigio in testa, ben diverso dal biondo
che ero, con solo la certezza della mia altezza, che non avevo mai potuto
simulare e che spesso mi aveva creato problemi.
Sfidare la strada e scivolare nella massa, unica salvezza di confondermi tra
mille facce strane, giovani di cui non riconoscevo più le mode e le abitudini, suoni
che mi rimandavano a qualche radio che talvolta mi accompagnava al risveglio.
E cominciai i sopralluoghi, le verifiche delle strade, dei campi, delle case
che circondavano l’area della festa, con i colori che apparivano sui muri della
città comunque estranea. La tangenziale, la rotonda, i cartelli di divieto, e poi le
fabbriche vicine, il magazzino di mobili dozzinali, la fabbrica con ancora le
bandiere rosse dell’ultimo presidio per il contratto, la ghiaia, la polvere e la puzza
della terraferma.
Ero troppo vecchio per quella festa, mi avrebbero visto come uno sbirro che
fiutava l’aria dall’interno, o mi avrebbero fermato fuori, tra le mille macchine che
sostavano ovunque. E poi ieri la nebbia, la mia nemica in una giornata d’agosto.
Non si era mai vista, anche i giornali ne parlavano, una strana coincidenza di
vapore, caldo, freddo e vento. Eppure sembrava un presagio, dopo anni c’era di
nuovo la nebbia. Dentro di me e fuori, quasi un avvertimento. Oggi invece il caldo
era soffocante, 35 gradi diceva la radio, allarme di terzo grado, bere due litri di
acqua al giorno, cibi leggeri, vestiti bianchi e rinfrescarsi ogni due ore.
Deciso, deciso. Comincio la verifica del programma e della piccola carta
allegata: cobas, sdl, patchanka, chiringuito….. già mi sembra di essere
all’estero, o in un paese dove il linguaggio è un elemento secondario nella
galassia delle proposte.
La planimetria della festa una saetta in un mare di granturco, appena fuori
dalle cave di sabbia e ghiaia, e poi i magazzini e la nuova linea della
metropolitana, tentativo di trasformare un grande paesetto di pianura in una
metropoli europea condita in fantasie politiche da grandeur.
Ed il vecchio misuratore riprende il sopravvento: tangenziale, rotonda a
destra, rallentare, curva e controcurva, parcheggio e file alfabetiche; e poi in fila,
secondo una numerazione da contabili, i ristoranti e l’intero arcipelago di questa
strana comunità.
Deciso, si parte, ma prima la vestizione; con certezza abbandono la giacca
e la cravatta, conosco i vecchi compagni e le nuove tribù musicali, scarto anche
le grandi marche e mi dirigo verso il cassetto di destra, maglie a manica corta e
collo a giro, jeans un po’ scoloriti scarpe da ginnastica lise, l’abbigliamento
perfetto dell’invisibile, della banalità ortodossa delle grandi masse da festival.
Un po’ di emozione scuote il mio gelido approccio, ma raggiunto il
parcheggio, quattordicesima fila, lettera F, ed il pachistano gentile dagli occhi
triste mi porge un sorriso, quasi indicandomi il portale di ingresso.
Nella mente la posizione delle macchine di polizia e guardie forestali,
anomalia nel controllo esterno diffuso che mi rimanda a tempi addietro, dove i
controlli erano affidati a ben altro personale dello stato e il misurare le vie di fuga
era il mio incarico.
Ma ecco l’ingresso. Curioso questo spazio, sembra il ritornare all’infanzia
con la paura dell’uomo nero, grandi e muscolosi, maglie rosse e muscoli a
riposo, pronti allo scatto al minimo problema.
Ma sono tranquillo, basta versare i pochi euro per l’ingresso e già sono
immerso nella polvere e nel caldo torrido che toglie il respiro. E cammino guidato
dal flusso centrale, la corrente di corpi che ricorda la mia città d’acqua; a destra e
sinistra piccole isole specializzate nei prodotti più strani. Calle buie e umide con
concentrazioni di aromi, puzze, sudori e umidità talvolta poco accoglienti. Tre
anziani bottegai, più grigi dei miei capelli, vivono in uno stand psichedelico,
vibrante di musica tecno con i bassi che ti prendono allo stomaco e colori acidi
che rimandano a funghi magici e gnomi da boschi nordici. I ragazzi sono
ovunque, parlano, fumano, ridono senza problemi, se ne fregano degli sguardi
curiosi che lancio a trecentosessanta gradi.
Perfetto, sono assolutamente invisibile, respiro libertà, o forse le emozioni
congelate per anni poco alla volta si aprono. Stasera c’è il capo, lo vedrò o non
voglio vederlo, voglio o non voglio essere riconosciuto, siamo cambiati e forse
così lontani che nemmeno il clima dei giovani potrà fare il miracolo.
Creste di punk, un guru finto indiano, tre superstiti di qualche comunità
hippie, e poi rasta man, venditori di accendini, tatuaggi, colori sgargianti o nero
assoluto con piercing e catene. Il mondo è veramente vario, forse qui vive la vera
metropoli europea, più simile al centro di Londra o Berlino che alla seconda città
industriale della padania.
“Vuoi un accendino, compra anche solo un braccialetto, guarda si illumina,
è bello per la tua figlia”. Che strano venditore, cappello ed occhiali neri come un
Blues Brother travestito da babbo natale, carico all’inverosimile di mercanzie che
forse non troveranno mai acquirenti.
Il gruppo di spalla lancia i primi accordi, volumi un po’ alti per le mie
orecchie poco abituate, e ancor di più i miei occhi sono già stanchi, scarsa
abitudine a chi non è abituato alla frenesia che sembra governare queste migliaia
di formiche che vagano da un cibo ad una bancarella, tra mille musiche e
immagini a momenti lampeggianti.
“Ci troviamo vicino alla tabaccheria, no, non dalla parte del palco dei
concerti, ma vicino al vegetariano, dove trovi i dischi dei vecchi” La ragazza al
cellulare indirizza le amiche, o forse l’amico di una sera, anche lui fluttuante nella
corrente continua che lo porta da un’isola all’altra, senza possibilità di scelta,
portato da venti di aromi di spezie e fumo.
La libreria, con un crollo del mio sistema nervoso. Sul banchetto numeri di
Metropoli e Autonomia, sopravvissuti in chissà quale cantina e riapparsi alla luce
dopo quasi trent’anni, già difficili da leggere allora, penso incomprensibili oggi.
E qualche sguardo che mi scruta, forse mi riconoscono, forse sono un
pesce fuor d’acqua, o forse semplicemente la ricerca di una condivisione che ci
manca, che ci ha rinchiuso per anni nei nostri mondi congelati.
E poi il dibattito, l’area per me più pericolosa, dove i capelli grigi grigi
dominano sulle giovani chiome scompigliate.
Quanta gente, non pensavo. L’oratore di turno introduce il personaggio
conosciuto, il sociologo che nel bene e nel male ha fatto un pezzo di storia
d’Italia.
Mi siedo, mi paralizzo, mimetizzato nelle ultime file di destra. Di là una
cucina mi distrae, gente che corre e ride, piatti che si accumulano, odore di fritto
e folate di aria calda che mi investono, sempre allo stesso aroma, peperoni
ripieni. Era il piatto che preferivo dentro, un compagno romano, specialista
nell’esplorare gli avanzi della cucina, trasformava i peperoni in cibo divino.
Lancio sguardi, vedo la stanchezza che avanza, il sudore e le scottature di chi
conta il tempo che manca alla chiusura dello stand.
La voce calma e decisa del capo mi riprende, si è fatto il silenzio e il livello
di attenzione s’innalza. E’ cambiato, e come non potrebbe essere. La barba è
scomparsa, ma è più dolce, le parole fluiscono piatte, lente e ipnotiche. Ci sono i
curiosi solo per vedere l’icona di un periodo storico, il perdente, lo sconfitto, il
mandante.
Mi annoio, con fatica seguo parole d’altri tempi, profezie nefaste del futuro,
con le orecchie distratte e quasi più interessate alle onde sonore che a momenti
intasano il tendone.
A momenti appare un cuoco, il grembiule rosso che dice “chi mi assaggia
ritorna”, strano messaggio a doppio senso, intriso come è di sudore e aromi di
melanzane alla parmigiana. Ma le isole nella corrente sono così, sorprendenti,
chiuse nei particolari rituali che tanto le rendono preziose, tra loro collegate e
impenetrabili, diverse e simili.
Ricado nella culla verbale che ai tempi mi ipnotizzava, quasi volessi
ritrovare la paura e la tranquillità che mi rendeva invicibile, Louis, il vecchio Louis
il misuratore.
Mi ha visto, mi ha penetrato con lo sguardo ed ho ricambiato. Stupore, o
forse solo nostalgia. Un mezzo sorriso, un lieve gesto, e me ne vado.
Un po’ di polvere sulle scarpe, le orecchie rimbombano, il gruppo canta una
vecchia canzone, “quante gocce di rugiada intorno a me, cerco il sole ma non
c’è…………..quanto verde tutto intorno, e ancor più in là, sembra quasi un mare
l’erba, e leggero il mio pensiero vola e va, ho quasi pura che si perda……….no,
cosa sono, adesso non lo so, sono solo un uomo in cerca di se
stesso…………ma intanto il sole tra la nebbia filtra già, il giorno come sempre
sarà“.
Polvere sulle scarpe. Solo un uomo in cerca di sé stesso.
 
30 agosto 2009
 
 
 
 
 
 
 
2° classificato
 
And everything looks good tonight
( Un dio affamato )
 
 
 
Caldo. Caldo caldo caldo. Caldo insopportabile, caldo del cazzo. Afa, affanculo.
Invidia. Non per chi è in vacanza e adesso se la gode; questo neanche a immaginarlo.
Invidia per chi appoggia il culo sulla sedia, in un ufficio con l’aria condizionata. E per chi
lavora in un centro commerciale; lavoro del cazzo, sì, ma vuoi mettere quei megaimpianti
di climatizzazione? Entri lì dentro e ti senti subito un‘altra persona.
Io no, merda. Trent’anni e una laurea, che nessuno mi ha chiesto quando mi hanno dato
‘sto lavoro interinale da magazziniere: in un capannone del cazzo, dove fa un caldo del
cazzo. Carica, scarica, solleva, sposta. Afa, affanculo.
Oggi non ho proprio più voglia.
 
 
Salgo le scale, tre piani, e il sudore mi incolla la maglietta alla pelle. Entro e spalanco la
finestra, ma non entra un filo d’aria. Però l’odore di curry sì, quello penetra inesorabile, e
non lo sopporto. In un attimo il mio monoloculo, venti metri quadri per trecento euro al
mese, sembra essere stato teletrasportato nella cucina di un ristorante di Islamabad, e
invece siamo al Carmine, Brescia. Mi coglie la nausea. I miei vicini di casa, brave persone,
non rompono i coglioni, ma perché ogni tanto non mangiano riso in bianco? Odio il curry.
Sia chiaro, è solo questione di curry. Ho letto tutti i libri di Hanif Kureishi, vado matto per
gli ipnotici ritmi qawwali di Nusrat Fateh Ali Khan, e non salterei mai un giro di pakistano
nero! Però il curry no, non lo sopporto proprio.
Butto per terra i vestiti e mi infilo subito sotto la doccia. L’acqua fredda mi fa dimenticare
l’afa opprimente e gli aromi della cucina pakistana. Mi siedo sul piatto doccia, chiudo gli
occhi e sento il sangue tornare a irrorare i vasi sanguigni del mio cervello, le energie
riaffiorare sotto la pelle.
La suoneria del cellulare. Esco dalla doccia, nudo e fradicio come sono. E’ Marco, e
rispondo. Bene, viene a prendermi alle nove e poi si va alla festa. Cazzo, ho bagnato per
terra. Sul pavimento c’è la maglietta sudata, la uso come uno straccio e poi la lancio nel
lavandino. Mi avvolgo un asciugamano intorno alla vita e apro il frigo; stappo una bottiglia
di Peroni ghiacciata e mi ci attacco. La bevo d’un fiato. Mi asciugo un po’, mi siedo sul
divano letto e mi rollo una canna.
Dalla mia play list scelgo Iggy Pop, che sparo a un volume esagerato. I am the passenger.
And I ride and I ride. I ride through the city backside. I see the stars come out of the sky.
Stappo un’altra Peroni e mi accendo la canna. And everything looks good tonight. Singing
LA LA LA LA LA-LA-LA LA
LA LA LA LA LA-LA-LA LA
LA LA LA LA LA-LA-LA LA LA-LA
Stasera festa, e tutto sembra buono. LA LA LA LA LA-LA-LA LA
Alterno una tirata di canna a un sorso di birra, sto bene. The sky was made for us tonight.
Il cielo per noi stasera. Festa. LA LA LA LA LA-LA-LA LA
 
 
Marco parcheggia su via Serenissima e ci incamminiamo verso l’ingresso. Mi dice che
potevo vestirmi in modo da dare un po’ meno nell’occhio. Lui pantaloni di cotone grigi e
polo in tinta. Io jeans tagliati sotto il ginocchio e maglietta di Radio Onda d’Urto; non di
quelle fighette che ci sono adesso, le polo con le righine su maniche e colletto e le scritte
piccoline che fanno il verso alle griffe. No, la t-shirt rossa, anche se ormai è un rosso
sbiadito, col gatto nero della radio enorme sul davanti, come andava un po’ di anni fa.
Quando la festa era un delirio, nel bene e nel male, ma un delirio che la rendeva unica,
irripetibile. Era festa dentro e fuori. Solo a Djema el Fnaa ho visto qualcosa di simile. Ma
Djema el Fnaa è a Marrachech, non a Brescia.
Ora, per arrivare all’ingresso, dobbiamo passare posti di blocco con sbirri di ogni risma,
che però non ci degnano di uno sguardo. Nonostante la mia maglietta. E nonostante le
canne già pronte e le paste di mdma che mi sono portato. Cazzo, nemmeno devo guidare,
quindi mi posso proprio godere la serata. A dire il vero, nemmeno potrei guidare, da
quando quegli stronzi della municipale mi hanno preso la patente, perché la loro
apparecchiatura diceva che avevo bevuto troppo. Qualche birra alla spina e un paio di
Pampero Aniversario sarebbe bere troppo? Fanculo. Vabbè, li ho inculati lo stesso, perché
mica avevo solo bevuto, quella sera.
 
Appena entrati nell’area della festa, io e Marco approfittiamo del primo stand che
incontriamo per prendere due birre. Uno stand di veterani della festa, bandiere rosse dei
Cobas e facce di chi ne ha viste tante. Ci sediamo su una panca, beviamo con calma le
nostre birre e accendo una canna, che passo a Marco dopo un paio di tiri. Sono le dieci,
dal palco lontano si sente, in sottofondo, il ritmo hardcore del gruppo che suona, ma non
me ne frega un cazzo del concerto stasera, ho solo voglia di festa. Di calarmi
nell’atmosfera della festa, tra le migliaia di corpi che si sono dati appuntamento qua
dentro. Di calarmi le mie paste di mdma e ballare e sballare. E, se butta proprio bene,
calarmi anche le braghe e spassarmela con una fighetta. Bel programma, no?
 
Sarà che non abbiamo ancora mangiato un cazzo, sarà anche l’effetto della canna, ma ci
sentiamo salire una fame della madonna, e decidiamo di buttare un’occhiata in giro, per
vedere con cosa riempire la voragine che ci si è aperta nello stomaco. Ci muoviamo, dopo
aver preso altre due medie, e passiamo tra le bancarelle, dove al solito ci trovi di tutto.
Sarà anche l’effetto della canna, anzi sarà sicuramente l’effetto della canna, perché mi
trovo a chiedere il prezzo di una giraffa di legno che mi sovrasta in altezza di una spanna
abbondante, e in quel momento sto pensando DAVVERO che starebbe benissimo nel mio
monoloculo. Per fortuna costa un’esagerazione anche rispetto a quanto, da sballato, sarei
disposto a spendere, e quindi non se ne fa niente, anche perché Marco mi trascina via.
“Vorrei proprio vederti, uscire dalla festa stanotte, conciato da merda come sarai,
abbracciato alla giraffona per portartela a casa” mi dice con fare da pigliaperilculo. “Seeh -
ribatto - stasera ho proprio voglia di portarmi a casa una giraffona, ma mica di legno,
cazzo!”
 
Ci troviamo davanti al ristorante vegetariano, dicono sia il meglio dell’offerta gastronomica
della festa, ma questa non è sera da rotolini di verdure o mangiarini del genere. Lì va bene
andarci, se devi fare bella figura con una fighetta del tipo “ma come puoi metterti in bocca
la carne di un essere senziente”, e menate del genere. Valle a spiegare che l’essere che
vorrei mangiare io, non sente più un cazzo da quando è uscito in quarti dal macello. O a
chiederle se la pensa così anche quando mi prende il cazzo in bocca, ipocrita! Sono un
essere senziente anch’io, no? Vabbè, niente vegetariano, e ci allunghiamo a passo deciso
verso la salamaia, lì vai sul sicuro. La coda alla cassa è veloce, ma nell’attesa faccio in
tempo a guardarmi intorno: striscioni e cartelli antifascisti decorano lo stand. L’avresti
detto, nel 2009 ancora con l’antifascismo? E’ che con quelle merde si pensava di aver
chiuso i conti una volta per tutte, e invece sono tornati fuori dalle fogne. Qui a Brescia
provano a rialzare la testa, ma non contano un cazzo; al massimo qualche provocazione e
qualche aggressione, quando sono in dieci contro uno, vigliacchi come sempre. Ma prova a
farti un giro a Verona, o guarda cosa succede a Roma, a Milano: caccia all’immigrato, al
gay, accoltellamenti, pestaggi. Qualche riga sui giornali, se non ci scappa il morto, e poi
niente, e quelli che si trovano tranquillamente nelle loro sedi: casa pound, cuore nero,
forza nuova. Fanculo, guarda qui quanti siamo; non saranno tutti compagni, ma ogni sera
mille e mille uomini e donne, ragazzi e ragazze che hanno voglia di stare bene insieme,
ascoltare musica, bere, fumare, ballare, baciarsi, scopare. Cazzo, finisco sempre lì, starà
mica diventando un chiodo fisso. Quattro mesi che sono single - si dice così, no? una volta
se eri solo eri uno sfigato, adesso te la tiri che sei single e sembra uno status symbol,
manco fosse l’ultimo modello del Blackberry touchscreen -. Forse è meglio che mi trovi
una brava ragazza e metta un po‘ d‘ordine nella mia vita, altrimenti chi non mi conosce
potrebbe pensare male di me. Ma che cazzo me ne importa di cosa pensa di me, chi non
mi conosce?
 
La ragazza bionda, che da dietro il banco ci viene incontro e ci chiede cosa vogliamo, si
muove a scatti ed è simpaticissima. Io e Marco le ordiniamo due panini con la salamina a
testa e due birre, e le chiedo come si chiama. Lei risponde che è un agente segreto del
Kgb e non può rivelare la sua identità, e io le dico che vado matto per le spie, e che nella
prossima vita voglio essere James Bond, per conoscere quella splendida bionda che Sean
Connery si fa in Missione Goldfinger. La ragazza mi dice ridendo che una leccatina alla
passera della bionda gliela darebbe volentieri e io afferro al volo che, se voglio scoparmi
una spia bionda, devo aspettare la prossima vita. Salutiamo la ragazza, che saluta a pugno
chiuso dicendo “Dasvijdanja”, e ci sediamo a mangiare i nostri panini, guardando il fiume
di persone che ci scorre davanti, ed è come guardare la tivù. In lontananza, dei lampi
squarciano il cielo, portando il sentore di nubi minacciose; ma qui, nonostante il sole sia
calato già da un pezzo, fa ancora un caldo opprimente.
 
Dopo i panini ci facciamo due caffè, che ci prepara un bel fighino giapponese, e ci
avviciniamo all’area dove c’è il concerto: la musica non è propriamente del genere che mi
fa impazzire, ma l’atmosfera è comunque contagiosa. Il gruppo, una band inglese di street
punk sull’onda da quasi trent’anni, calca la scena emanando scariche di energia, che si
trasmette alle centinaia che ballano, urlano, pogano sotto il palco. La festa è così, ti
prende e ti devi lasciar prendere; l’effetto, mischiato a quello delle birre e delle canne, è
straniante, ti trovi come in una bolla di leggerezza, dove tutto ti fa stare bene e ti fa
condividere con tante persone che non conosci, ma che ti sono familiari, la sensazione di
appartenere a un mondo migliore di quella merda, che vivi ogni giorno della tua vita.
 
Riprendiamo a girare, da ogni stand una colonna sonora diversa, e in pochi metri gli Ska-P
lasciano il posto ai ritmi dello Sri Lanka - che sembra di sentire Casadei, proprio lui, quello
del liscio -, la techno si sovrappone ai 99 Posse, ed è un susseguirsi di musiche e di
tavolate di persone che ridono, bevono, mangiano, parlano, rollano canne. Incontriamo
due tipi che conosciamo e ci fermiamo a salutarli, sono in compagnia di altri due e di tre
ragazze; una è una strafiga, si chiama Anna, ed è l’unico nome che memorizzo dei cinque
che mi si presentano. Salta fuori una canna di un’erba molto aromatica, potente, che si
sente subito, e ci dirigiamo in uno stand più tranquillo. Riusciamo a trovare posto, unendo
due tavolini, e prendiamo due bottiglie di vino bianco, freddo. Ci riempiamo i bicchieri,
incrociandoli in un brindisi, e parliamo un po’ a cazzo, si ride, io cerco di studiare la
situazione. Anna non mi sembra stare insieme a nessuno dei maschietti che sono con lei,
ma non vorrei sbagliarmi, e quindi la prendo alla lontana: dove abiti, cosa fai nella vita,
quelle domande del cazzo, che servono solo a rompere il ghiaccio. Vorrei chiederle solo:
sei libera? ci divertiamo un po’ insieme? vieni a casa mia stanotte?
 
Lei è proprio bella, non di quel bello che pensi quando sei strafatto e il mattino dopo ti
svegli, te la trovi nel letto e ti accorgi di aver scopato la figlia di Fantozzi. I capelli neri,
ricci, le incorniciano il viso, illuminato da degli occhi scuri scuri (come cazzo fanno delle
cose scure a illuminare? be’, dovresti vedere lo scintillio di quegli occhi e capiresti al volo),
e le cadono sulle spalle. La camicetta, nera, è aperta su una canottierina rossa che fa
immaginare, e qualcosa più che immaginare, due tette spettacolose - a occhio una terza
abbondante, forse anche una quarta. La guardo parlare, e io suo modo di atteggiare la
bocca è sensuale, eccitante. Insomma, mi piace. E mi piace ancora di più quando, la
sigaretta in mano, mi chiede da accendere e si alza e inizia a muovere il suo corpo
dondolando sulle note di Aisha. La guardo ballare e sembra che Cheb Khaled abbia scritto
quel pezzo proprio per lei, per esaltare la sua bellezza.
 
Colgo l’occasione al volo e mi alzo anch’io, muovo il mio corpo seguendo il ritmo blando
del suo e avvicino il mio viso al suo, e le dico che è una serata bellissima e che lei è
bellissima e lei ride e mi chiede di offrirle un bicchiere di vino buono buono. Saluto il tipo
pelato che sta dietro il bancone, una di quelle facce che vedi sempre in giro quando fai le
santelle degli aperitivi, e gli chiedo due bicchieri di passito; lo sanno tutti che alle donne
piacciono quei vini lì e che ci fai sempre bella figura. Ma lei, rivolgendosi al pelato, dice
che i vini dolci dopo il primo sorso la annoiano e chiede un nebbiolo. E’ uno smacco; non
mi resta che adeguarmi, ordinarne due e cercare di trovare il modo per recuperare i
diecimila punti che ho appena perso con lei, col fottutissimo passito. Cerco di darmi un
tono e - enorme stronzo! - mi accorgo che sto sparando cazzate sul nebbiolo che stiamo
bevendo, del tipo di quelle frasi idiote, che mi stanno tanto sui coglioni quando le sento
dire da quei post-ex-comunisti, che l’unica cosa di rosso che gli è rimasta è qualche
bottiglia di barolo in cantina. Si atteggiano a sommellier e guardano il bicchiere in
controluce, lo scuotono e lo portano al naso e poi, invece di gustare il puro piacere del
bere, fanno le labbra a culo di gallina e si sforzano di parlare di improbabili sentori di
bacche rosse e di cannella, ma vaffanculo! Per fortuna, lei mi chiede di accompagnarla a
guardare le bancarelle e usciamo dallo stand e mi prende sotto braccio e io penso che non
tutto è perduto.
 
Non si vede una stella e i lampi, ora più vicini, illuminano un cielo nero di nuvole veloci,
portate dal vento fresco che si è alzato improvvisamente. Sul palco il concerto è appena
finito e centinaia di persone sciamano per la festa. Andare per mercati, passare in
rassegna una a una le bancarelle, è una di quelle occupazioni alle quali di regola sfuggo
alla grande, ma se è il prezzo da pagare per stare sotto braccio a una tipa che mi piace, e
con la quale parto da diecimila sotto zero per colpa del passito, riesco a simulare un
interesse entusiasta. Così ascolto il tipo che racconta come prepara l’idromele, osservo i
sari dai colori sgargianti, la guardo mentre prova decine di orecchini, e intanto cerco di
immaginare le sue forme, il profumo della sua pelle, il sapore dei suoi baci.
 
A una bancarella prendiamo due bicchierini di grappa alla maria; il gusto è amarognolo,
ma non male e l’effetto si somma a quello delle canne e lo sballo è proprio piacevole.
Perdo la cognizione del tempo che scorre, attimi che si dilatano all’inverosimile, e lei mi
delizia con la sua voce, parla sciolta e mi racconta del viaggio in Grecia da cui è da poco
tornata e del libro di Forster Wallace che le è piaciuto un casino - e che io ho abbandonato
dopo trenta pagine, ma mi guardo bene dal dirglielo - e la seguo attento nei suoi discorsi,
riesco a non sparare cazzate e comincio a recuperare un po’ dei punti che avevo perso.
 
La pioggia è annunciata dal rombo vicino di un tuono e inizia subito dopo con goccioloni
lenti e pesanti, che ci mettono un attimo a diventare un acquazzone impressionante, uno
scroscio continuo di acqua che il vento ci riversa addosso di traverso. Corriamo veloci al
riparo del grande tendone del Patchanka, e non siamo certo gli unici ad avere la brillante
idea. Lo stand è affollato oltre l’immaginabile, la disco inferno è sparata a tutto volume dai
grandi altoparlanti e ci buttiamo nella mischia, attorniati, schiacciati, pressati da una
marea di corpi bagnati di pioggia e sudore. Riusciamo, non so come, ad arrivare al banco
e prendere due birre, e subito ci scateniamo nel ballo, io di fronte a lei, i nostri corpi che si
toccano quasi nella ressa, una bolgia alcolica di rumore e allegria. Tiro fuori dalla tasca le
due pastiglie rosa, la testa di cavallo stampigliata, e le chiedo se ne vuole una. Ce le
caliamo insieme, accompagnandole a una lunga sorsata di birra, e ridiamo e saltiamo e
tutt’intorno mi sembra bellissimo e mi sembra bellissima anche Y.M.C.A., i Village People,
e tutti la cantano e la ballano con le braccia alzate, i corpi come ombre che si muovono a
scatti, all’intermittenza psichedelica dell’impianto luci.
 
Lei si toglie la camicetta e la lega alla cinghia della borsa e mi prende per la mano e mi
trascina ancora di più nella frenesia del ballo. Le guardo le spalle abbronzate, le braccia, la
pelle sudata e la tiro verso di me e adesso siamo incollati, balliamo come fossimo un corpo
solo. Un tipo scatenato vicino a noi ci urta e riesce a svuotarci addosso il bicchiere colmo
di birra che teneva in mano, si scusa sorridendo e continuando a ballare ma non lo
caghiamo nemmeno, e io le lecco la spalla bagnata di birra e lei ride e mi prende la testa
tra le mani e appoggia le sue labbra alle mie e poi le nostre lingue si toccano e poi ci
baciamo, un bacio interminabile e il delirio intorno a noi è scomparso e ci siamo solo io e
lei. Lei, che infila le mani sotto la mia maglietta fradicia e si aggrappa alle mie spalle; io
che le accarezzo le braccia e annuso il profumo dei suoi capelli. Cazzo, è fatta!
 
La prendo per mano e ci facciamo largo a fatica nella ressa danzante, perché non è un
cazzo vero che il delirio intorno a noi è scomparso, e arriviamo al bancone del bar.
Vediamo due tipi che stanno preparando dei mojito e sembra che li facciano proprio bene,
senza lesinare con l’Havana Club ed esagerare col ghiaccio, come fanno invece in tanti
posti fighetti, dove ti chiedono sette euro per una granatina al limone con un vago sentore
di rhum. Ne prendiamo due anche noi e usciamo all’aperto. Ha smesso di piovere e l’aria si
è rinfrescata; per terra si sono formati dei laghi che cerchiamo per quanto possibile di
evitare. Sono le due passate e nonostante la bufera che si è abbattuta sulla festa c’è
ancora un casino di gente di ogni tipo, anche una fighetta che cammina su degli
improbabili tacchi dodici, che non so come faccia a non finire con la faccia spiaccicata nel
fango.
 
Lei mi chiede di accompagnarla in bagno e ci dirigiamo verso i cessi chimici e già mi
prefiguro lo spettacoloso pietoso che ci aspetta, ma la mia immaginazione non arriva
nemmeno a sfiorare la realtà che ci accoglie, appena saliti i tre scalini che conducono alla
porta. Una poltiglia di acqua, carta igienica, fango - speriamo sia solo fango - che manda
un odore intenso di piscio che ti serra la gola; non ci avviciniamo nemmeno alle porte dei
cessi e proviamo nei bagni a fianco. Faccio appena in tempo a guardare dentro dall’ultimo
scalino e a rendermi conto che la situazione è un poco, appena un poco migliore, che
scivolo, cado a terra e sbatto la testa contro lo spigolo della porta, imprecando contro la
divinità in un modo piuttosto volgare, ma tutto sommato adeguato alla circostanza. Seduto
sul pavimento lercio dei bagni, mi tocco la testa dove ho preso la botta e la mano si tinge
di sangue e all’improvviso sento salirmi in corpo tutto l’alcol che ho bevuto e tutto il resto
e potrei anche svenire, se non ci fosse con me un angelo, che abbracciandomi mi aiuta a
rialzarmi e mi tampona la ferita con un fazzoletto. Poi mi prende per mano e, vincendo le
mie resistenze, mi trascina all’ambulanza della croce bianca, dove vengo fatto sdraiare,
pulito e medicato. Ho sempre pensato che l’ambulanza fosse lì per gli stronzi che non
reggono quello che si bevono e si fumano e poi collassano, e non avrei mai immaginato
che un giorno si sarebbero dovuti occupare di me e spero proprio che non mi veda
nessuno che conosco. Quando hanno finito di medicarmi, lei è lì che mi aspetta e mi porge
una maglietta nuova che ha appena preso a una bancarella e che mi infila dopo avermi
aiutato a togliere la mia, bagnata e sporca di sangue e di fango. Barcollo ma non mollo,
c’è scritto sulla maglietta pulita, e mi sento vagamente preso per il culo ma le sorrido e le
do un bacio sulle labbra.
 
Così, rimesso a nuovo, sono di nuovo pronto ad affrontare la notte e andiamo a farci
ancora due birre e poi le propongo di tornare a ballare, anche se in realtà non ne ho molta
voglia, ma lo faccio più che altro per mostrare a lei la mia tempra inossidabile. Però mi
dice che non è ancora andata in bagno, e così l’accompagno ancora e stavolta salgo con
circospezione gli scalini e poi mi chiede di entrare con lei nel cesso e io la seguo, e appena
entrati chiude la porta, mi apre il bottone dei jeans e abbassa la cerniera e mi cala i
pantaloni e mi prende il cazzo in mano e comincia a menarmelo. Poi si abbassa e me lo
prende tra le labbra e me lo succhia e si infila una mano dentro i pantaloni e comincia a
toccarsi mentre mi fa un pompino da urlo, nel senso che quando le vengo in bocca non
riesco a trattenermi e godo e grido di piacere, che tutta la gente che c’è alla festa mi avrà
sentito. Ma non me ne frega un cazzo e ridiamo e ci abbracciamo e baciamo e mi sento da
dio.
 
Mi sento da dio, ma un dio affamato. A quest’ora non c’è una grande scelta, gli stand dove
si fa da mangiare sono quasi tutti chiusi. E’ ancora aperto lo stand dei pakistani, dove
fanno il kebab che è anche buono, ma non voglio compromettermi l’alito con le cipolle e
così non restano che dei tranci di pizza fredda, che trangugiamo accompagnandoli con
l’ennesima birra e che comunque servono a placare la sensazione di vuoto nello stomaco.
Le dico che non abbiamo più visto gli altri e le domando come è venuta alla festa; lei mi
risponde che è con la sua macchina e allora decido di azzardare e le chiedo se mi
accompagna e viene a dormire a casa mia, e non faccio neanche in tempo a mettere in
conto un possibile duedipicche che mi risponde di sì, con un sorriso che mi scioglie. Allora
la prendo per mano e ci dirigiamo verso l’uscita; sono più o meno le tre e mezza e la
musica arriva ormai solo dal Patchanka, che resta il rifugio di chi proprio non ha voglia di
tornarsene a casa. Tiro fuori l’ultima canna e gliela passo e le faccio accendere e ce la
fumiamo con calma, camminando lentamente verso il parcheggio.
 
Mi accomodo un po’ svaccato sul sedile del passeggero mentre lei accende lo stereo e
mette un cd di Pat Metheny che normalmente trovo un po’ troppo rarefatto per i miei
gusti, ma che adesso mi sembra perfetto e trasforma l’abitacolo della 500 in una
confortevole chill out room, e chiudo per un attimo gli occhi e sento il mio corpo rilassarsi
dopo una serata in cui, tra alcol, fumo, pastiglie, botta in testa e lei, è stato decisamente
ipersollecitato. Quando accende il motore riapro gli occhi, le poso la mano sulla coscia e ci
dirigiamo verso casa.
 
Non ci metto molto a farle visitare il mio monoloculo. Basta gettare un’occhiata appena
varcata la porta e dopo due metri ti si para davanti il piccolo tavolo da pranzo; alla sua
destra l’angolo cottura, il lavello e la finestra; sulla sinistra, dopo l’armadio a muro, il
divano letto, sormontato dalle mensole su cui fanno mostra di sé i miei libri. Sul fondo, la
porta che dà sul piccolo bagno ed è lì che andiamo, per farci una doccia. Mi spoglio, faccio
scorrere l’acqua e quando è alla temperatura giusta mi infilo sotto il getto tiepido e
abbondo col bagnoschiuma, che mi restituisce una gradevole sensazione di pulito. Quando
entra anche lei sotto lo doccia, e la vedo finalmente nuda, la prendo immediatamente tra
le braccia e la bacio e l’accarezzo dappertutto e lei mi stringe forte dietro la schiena e si
struscia contro il mio cazzo, che scoppia di voglia di lei. Lo facciamo così, in piedi, lei con
la schiena appoggiata alle piastrelle e io che ci do dentro sotto l’acqua che continua a
scorrere e ci baciamo e muoviamo i nostri corpi allo stesso ritmo che si fa più veloce e lei
geme di piacere e poi geme più forte e poi urla e urlo anch’io e restiamo così per un
pezzo, abbracciati nella doccia, bagnati, appagati.
 
Ci buttiamo sul letto, senza nemmeno asciugarci, e spengo la luce; restiamo abbracciati e
sento il suo respiro regolare vicino a me, mentre dalla finestra i primi bagliori dell’alba
cominciano a rischiarare il cielo. In un attimo, senza accorgermene, mi addormento.
 
Mi sveglio sudato, le tempie che mi martellano e la gola arsa, mentre la luce inonda la
stanza e la temperatura sarà sui quaranta gradi. Odore di curry, insopportabile. Guardo
l’orologio, è mezzogiorno, e volgo lo sguardo intorno, sono solo. Sul tavolo, un foglio di
carta:
E' stato bellissimo.
Ci vediamo alla festa, tra un anno.
Bacio
Anna
 
 
 
POSTFAZIONE DELL’AUTORE
 
Chissà se si ritroveranno. Se fra un anno saranno alla festa la stessa sera, se si
incontreranno tra le migliaia di persone. E chissà se la festa l’anno prossimo si farà, perché
l’amministrazione comunale di Brescia, per bocca del vicesindaco, il leghista Rolfi, ha
dichiarato guerra a Radio Onda d’Urto e ha preannunciato che l’area, in cui la festa ha
luogo, non sarà più disponibile. Se davvero sarà così, Brescia perderà un evento che ormai
rappresenta un appuntamento irrinunciabile per le decine di migliaia di persone, giovani e
non solo, che nell’agosto vuoto e afoso della città vi trovano opportunità di cultura, di
socialità, di incontro. Marco Paolini, Pippo Del Bono, Ascanio Celestini, Sabina Guzzanti,
Gianni Mura, Giovanni Lindo Ferretti (con i C.S.I. e poi da solo), i Subsonica, i 99 Posse, gli
Afterhours, i Modena City Ramblers, Nada: sono solo alcuni dei nomi del teatro, del
giornalismo, del panorama musicale italiano, che hanno partecipato alla festa in questi
anni, arricchendo di occasioni culturali una città provinciale e addormentata. Una città che
sembra destinata a chiudersi ancora di più in se stessa, vittima delle paure e delle
paranoie, che chi la amministra sta diffondendo a piene mani.
 
…. CONTINUA
 
Metto la caffettiera sul gas e intanto mi lavo il viso con l’acqua fredda e poi mando giù una
bustina di aulin, aspettando il quarto d’ora di rito perché faccia effetto e mi scompaia il
mal di testa da notte di vita esagerata. L’aroma del caffé mi sveglia del tutto e ne bevo
una tazzina ancora bollente, poi accendo subito la prima sigaretta del giorno, la più buona.
Mi muovo con lentezza verso lo stereo e accendo la radio e mi sintonizzo su Radio Onda
d’Urto; non la ascolto spesso, ma oggi è un modo per cercare di prolungare le sensazioni
forti della notte appena passata, mentre cerco intorno a me il profumo di lei e rileggo il
biglietto che mi ha lasciato. Sta finendo un brano musicale, è Gianna Nannini, poi la voce
femminile della conduttrice inizia a parlare e….. CAZZO! E’ ANNA!!!
 
 
 
 
2° classificato
 

La festa di quella radio là

(commediola in un atto: la festa vista con occhi padani)

“Facce di merda. Ecco tutto che vedo intorno a me, tante facce di merda. Mi sembra di essere un marine che cammina per le strade di Baghdad, mi sembra”.

“Ma che, dici sul serio?”.

“Sicuro che parlo sul serio, per chi mi hai preso? Proprio come in quei posti di guerra che vedi in televisione: tutta la gente che ti sta intorno vestita di stracci che cammina e ti guarda male e pensa di farti fuori e poi puzza, ma almeno là ci son solo arabi, qui ci stanno tutte le facce peggiori che si possono trovare: negri, marocchini, albanesi, slavi di tutte le razze e orientali e pakistani e indiani. Chissà quanti terroristi ci si nascondono qua in mezzo”.

“Addirittura? Ma che minchia ci sei venuto a fare qui Bartolo, si può sapere”.

“ Cosa ci sono venuto a fare, cosa ci sono venuto a fare, se non fosse stato per Massimo neanche a pagarmi ci sarei venuto: mio figlio qui, in mezzo a ‘sto pattume, e doverlo cercare come si cerca un corpo fra i caduti di una guerra...”

“Ma dà, mica l’hai mica trovato cadavere!”

“E sarebbe stato meglio, piuttosto che vedermelo lì dietro quel tendone fumato marcio, svaccato in mezzo a due troie che gli preparavano lo spinello...”

“E che, sei mica contento? Hai sempre tenuto paura che Massimo fosse culo...”

“Stai zitto Ignazio, non so nemmeno io perchè ti ho preso dietro, non mi sei di nessun aiuto. Fumato marcio era, ti dico, e rincretinito fuor di misura, non mi ha neanche riconosciuto, ma l’hai visto almeno?”

“Secondo me faceva finta, ti ha riconosciuto benissimo, solo che voleva scansare camurrìe”.

“Da bruciare sono, da far fuori col lanciafiamme tutti quanti che tanto, cosa credi? questa gentaglia qui son quelli che vanno in giro a dar fuoco ai cassonetti e a spaccare le vetrine delle banche; avrebbero dovuto fermarli dieci o quindici anni fa, te lo dico io, quando avevan messo ‘sto raduno di zingari qui che chiamano festa in quel posto da satanisti là, a Sant’Eufemia!”

“Al monastero vuoi, dire? perchè satanisti poi? Che dici, ci fermiamo al bar a farci una birra? offro io”.

“Non prendo niente qui, è già tanto se non dò di stomaco. Da satanisti, sì, proprio da satanisti! E chi potrebbe pensare di mettersi a far casino nel cortile di un convento, sennò? Mia suocera non faceva che ripetermelo: che sorta di gente è quella, che c’ha un gatto nero sopra una bandiera rossa e lascia i bambini a giocare in mezzo alle cacche di cane, eh? Che gente è?”

“Ah sì, ricordo, all’ingresso ci avevano messo una piazzetta con la sabbia, serviva per far giocare i caruseddi e poi andiamo, tua suocera vede diavoli e streghe dappertutto, si capisce, è di Benevento”.

“Stai sempre a buttarla in vacca tu, lascia stare mia suocera, che poi aveva ragione al cento per cento, ma guardati intorno, lo vedi, no? Io le avevo giurato allora che mai e poi mai i miei figli avrebbero messo piede in un posto del genere, piuttosto gli avrei tagliato la testa, magari l’avessi fatto!”

“Adesso esageri, mica è successo niente, solo perchè Massimo...”

“Ah sì, tu parli così perchè i tuoi sono piccoli ma vedrai fra qualche anno, quando la tua Lisa comincerà a uscire, vedremo se non verrai a cercare me per aiutarti a trovarla, e prega il tuo padrepio che non la si scovi proprio in ‘sta discarica dove siamo adesso come è successo stasera con Massimo, prega...”

“Sarà quel che sarà, Bartolo. Di sicuro non mi fascio la testa prima di essermela rotta. Oggi ci siamo domani non ci siamo”.

“E basta con ‘ste terronate, che adesso stai qui al nord, e ci stai da un bel po’ di tempo, anche; io invece non voglio aspettare che me la rompano la testa, voglio fare qualcosa per impedire a questi scarti umani qui di rovinare ancora di più i nostri figli, il mio Massimo e la tua Lisa, e magari pure i nostri nipoti!”

“Ah sì? E cos’è che vorresti fare, scrivere una bella lettera al giornale? o al sindaco?”

“L’ho già fatto; pensavo: ora che ci son su quelli giusti forse è la volta buona per far chiudere baracca una volta per tutte a ‘sti invasati, che vadano a tenerla nelle concimaie dell’Emilia la festa! Già è passato un anno e ancora quelli del comune non son stati capaci... l’anno prossimo la chiudiamo, vedrete, sempre l’anno prossimo.. promesse, solo promesse, come fanno tutti, poi ‘na volta su.... ma poi, hai visto che poca polizia all’ingresso? Allora io sai che faccio?”

“No, non lo so, ma non sbraitare così, che ci guardano tutti”.

“Chi se ne frega di queste merde intossicate. Dunque dicevo, io mica me ne sto con le mani in mano: sai perchè mi sono portato dietro lo zaino?”

“Volevo chiedertelo ma stavi così ingrugnato che...”

“Perchè dentro c’ho una tanichetta di benzina, ce l’ho portata apposta, facciamo ancora un giro qui attorno poi passiamo dietro a uno di questi baracchini, quello dei libri sarebbe l’ideale non pensi? zaff! In fumo la festa dei fumati, e tu non mi fare quella faccia!”

“Ma che spacchio dici, stai... stai scherzando o che? piantala Bartolo se no io ti mollo qui, ti mollo”.

“Non sto scherzando per niente, vuoi vedere? Lasciami trovare il momento giusto e poi... ma dove vai adesso? stai qui, perdio! Ignazio! Oh!”.

“Tu stai fuori di testa Bartolo, e io non ci voglio entrare in questa minchiata, me ne ritorno a casa, macari a piedi piuttosto. Vatinne tu a farti le tue...”

“Resta qui coglione, che dicevo per dire: ti conosco, vi conosco voialtri della bassitalia, spacconi a parole ma quando si tratta di fare poi qualcosa nisba, per forza c’avete la mafia, mai che abbiate il coraggio di prendere una posizione! Andiamo neh, mica dicevo sul serio, scemo”.

“Allucinante, mi scantai... giuri? Davvero stavi scherzando? Volevo ben... faccio ancora fatica a capirvi voi bresciani, quand’è che fate per ridere e quando parlate seriamente, e poi c’è qui pure tuo figlio...”.

“Sì, buono quello, ‘sto scemo. Ma guarda quelle due sbarbine là, guardale, la più giovane c’avrà sì e no tredic’anni, e magari i genitori sono convinti che siano a casa l’una dell’altra a studiare, e loro invece, guardale come camminano, e come si brancano dietro la schiena manco fossero due lesbiche, sono strafatte ti dico, strafatte come il mio Massimo, e pure loro se dovessero incontrare il padre magari non lo riconoscerebbero, precise a lui”.

“Su adesso datti una calmata, e poi cerca di ragionare, se proprio appena l’altro ieri si parlava delle nostre festine ai tempi della scuola, quelle dove si beveva e si fumava alla grande, masculi e fìmmine mischiati assieme che se lo avessero saputo a casa ci avrebbero levato la pelle di dosso, non sono mica passati cent’anni!”

“Ma che cazzo di paragoni mi fai adesso! O vorrai mica...”

“Parla piano, ti ho detto”.

“...vorrai mica mettere a confronto quello che facevamo allora con questa roba qua, e poi c’avevamo giudizio, mica facevamo niente di male, dopo abbiam lavorato, abbiam messo su famiglia, pure tu sei venuto su da Messina e ti sei rimboccato le maniche come tutti noi, questi qui chissà che cavolo combinano nella vita, se fanno qualcosa o se si fanno mantenere dai genitori!”

“Beh, guarda che se non era facile neanche ai giorni nostri trovare un posto fisso, specie giù al sud, adesso è pure peggio Bartolo, adesso il tempo indeterminato non te lo dan più neppure se gli fai vedere che sai mandare avanti l’azienda da solo, anche qui a Brescia, e poi ne che sai tu delle loro vite?”

“Ah, bravo il sindacalista di fabbrica, e ti metti anche a difenderli? Guarda che se uno c’ha voglia di lavorare qualcosa da fare lo trova, oggi come allora. Certo che fin che ‘ste larve stanno a sbattersi qui attorno...”

“Basta, è inutile cercare di ragionare con te, e poi insomma, ti decidi ad abbassare la voce?”

“... come quella puttanella là col collare da cani attorno al collo, piena di tatuaggi e pendagli dappertutto, anche sul culo ci faccio su le palle, che si guarda in giro con le chiappe mezze fuori, so io dove me la sbatterei ti dico, là dietro al chioschetto con le porcherie africane e i profumi che ti rincretiniscono!”.

“Bartolo, ascolta...”.

“Ma poi ‘sta radio di sfigati, l’hai mica ascoltata ancora tu? Eh? Ti è mai capitato di stare a sentire le loro cagate, magari in macchina?”

“No, lo sai che dalle mie parti non la si prende, e poi a me non piace tenere accesa la radio quando guido, mi distrae. Ma adesso vuoi darci un taglio? Ti stavo a dire...”.

“Beh, dovresti sentirla qualche volta che roba, solo musica da africani e da coglioni, e mai una volta che parlino dei risultati delle partite, manco le previsioni del tempo ti danno, e ci mettono su pure ‘sta fesseria di festa”.

“Minchia Bartolo, adesso finiscila una buona volta e guarda là, vicino al banco del bar: ci sta ‘nu cristiano che non ti leva gli occhi di dosso da un pezzo, sarà mica uno della digos?”

“Chi? ma che cazzo dici? di chi stai parlando?”

“Quello là coi pantaloni rossi, quello, lo conosci?”

“Quello, dici? ma che pulotto, è... no, mica può...”

“Oh, ma buonasera ragionier Cherubini, anche lei qui? che bella combinazione!”

“Uh’? ah, Buongiorno dottore, bentrovato. Ignazio, ti presento il dottor Arriccati, responsabile dell’ufficio esteri nell’azienda. Dottore, questo è mio cognato Ignazio. Ignazio Di Salvo”.

“Piacere dottore”.

“Piacere. Davvero, sono contento di trovarla qui ragioniere, proprio non me l’aspettavo, sa?”.

“Eh già sì, passavamo in tangenziale io e Ignazio, non si sapeva dove andare, poi lui mi fa: facciamo un salto a quella festa là...”.

“Sì, eh?”.

“...quella della radio, così tanto per darci un’occhiata, beh, io gli ho dato retta e eccoci qua, certo nemmeno io m’aspettavo di trovarci lei, dottore”.

“Oh ci son già venuto due volte con amici quest’anno, stasera ci ho accompagnato mia figlia, ci teneva tanto perchè c’è il vignettista... Eccola là, ciao Emma, ci vediamo dopo, ti raggiungo quando comincia”.

“Quella? quella è sua figlia? Eh.... bella fi... bella figliola”.

“Sì vero? Fa un po’ impressione per via del collare e dei piercing, ma non bisogna mai giudicare dalle apparenze, è una brava ragazza, studia tanto”.

“Ah sì certo, avrei mai pensato il contrario, figuriamoci”.

“Sa dottore, pure Bartolo ci è venuto per accompagnare suo figlio Massimo, che si deve trovare da qualche parte qui intorno”.

“Zitto Ignazio, che al dottore non interessano... ma dica dottor Arriccati, sua figlia sta per prendere la laurea, diceva? E che facoltà fa di bello?”

“Scienze dello spettacolo, deve dare la tesi sulla satira politica. Per l’appunto questa sera c’è un incontro con quell’umorista famoso, Emma non poteva mancare, so che gli vuol fare delle domande e anch’io ci tenevo, ma pure voi siete venuti per quello, certo. Anche lei ascolta radio onda d’urto, ragioniere?”

“Mah, io ascolto radiodigiei qualche volta in auto, però quello lo conosco bene, quello lì, quel tale che fa le vignette sui giornali, ci hanno fatto su diversi libri, è così bravo a prendere in giro i politici!”

“Guarda che è Vauro, mica Forattini, Bartolo”.

“Ma sì certo, lo so Ignazio; oh lui scherza sempre, dottore! Certo che lo so, ci mancherebbe, quel Mauro”.

“Vauro, quello che di cui hanno parlato tanto pure in televisione e che tu dicevi sarebbe stato bene chiuso dentro, dopo aver buttato via la chia...”.

“Fa sempre il buffoncello Ignazio, non gli dia peso dottore, non è cattivo in fondo, purchè tenga la bocca chiusa. Che mi stava dicendo?”

“Dicevo della radio, che non è soltanto una voce alternativa, come dice sempre Emma che mi ci fa sempre una testa così, ‘sta radio, è l’unico vettore di qualcosa di nuovo in una città fossile... oh ma adesso vi sto tenendo comizio. Ma perchè non mi fate compagnia, che ci facciamo una birretta?”.

“Si parlava proprio adesso di prenderci da bere; e sa una cosa dottore? Bartolo è un vero cultore di questo tipo di feste, non se ne lascia scappare una, ogni volta che in giro sente di una qualche festa alternativa ci si precipita!”

“Mmgrrr’gnazio...”.

“Allora siete già passati dal banchetto dove si firma, senz’altro. Emma mi ci ha trascinato appena arrivati”.

“Quello per consentire che si faccia la festa pure l’anno prossimo? Stavamo giusto per andarci, no Bartolo? lei ci accompagna vero, dottore?”.

“Certo che vi accompagno, ma prima la birra. Sono sincero ragioniere, mi fa piacere trovarla qui, mi allarga il cuore vedere che c’è qualcuno in giro che ha delle idee, quante volte mi son guardato intorno in cerca di teste pensanti là in azienda, macchè: ciascuno legato a certi pregiudizi catafratti che neanche i nostri nonni... si direbbe che cambiare per certa gente significhi veder crollare l’intero mondo in cui sono vissuti, oh, mi sto lasciando andare ancora!”

“Bartolo è tutt’altro tipo, dottore, glie l’assicuro, mica è di quei fighetti che passano la sera avanti e indietro in piazza Arnaldo, a fare le vasche tra i bar di tendenza e quelli in controtendenza con uno stuzzichino in una mano e una flute nell’altra, lui, macchè, basta dargli una possibilità e vedrà cosa ne esce”.

“...”

“Eh sì, caro Cherubini, lo dico sempre io che bisognerebbe sapere guardarsi intorno. E dare più spazio ai giovani e alle loro iniziative, che sono il nostro futuro! Ma adesso che l’ho trovata qui son contento, stia sicuro che non me lo scorderò. Sedetevi, sedetevi voi, che vado io a prendere le birre”.

“Grazie dottore. E tu dai, mettiti giù Bartolo, cerca di rilassarti, sempre con quei pensieri per la testa! Piuttosto attento a dove azzicchi lo zaino: non vorrei che incappassimo in qualche spettacolo tipo quello del mangiafuoco dell’anno scorso, allora vedi che bengala. Beh, sai che facciamo dopo aver firmato? facciamo un giro a vedere se c’è qualcuno che fa i tatuaggi: uno a testa, non ti pare una buona idea? A me un pavone e a te, che so, uno scorpione: grande no? sai che bella figura col tuo capo, chissà che non ti venga utile per la carriera. Eh, che ne dici? perchè mi guardi accusì? Tira su quel muso, dai”

 

3° classificato

"Abubacar è sicuramente un bravo bambino"

Abubacar è sicuramente un bravo bambino a prescindere dal fatto che non m’abbia fatto vincere nulla alla lotteria della Festa. Che non è che m’interessassero poi molto ne il portatile ne i cesti di cibo biologico coltivati a dieci kilometri da un’autostrada ne le magliette della radio questo anno particolarmente oscene. Probabilmente il pargolo, che m’immagino con occhini neri e quel sapor mediorientale, non finirà a vender rose o kebab come gli zii ed i parenti tutti, o a gestire un giro di zoccole pakistane o a vendere oppio o orologi rubati. Studierà tanto, e forte della tradizione logico-matematica del suo paese d’origine diventerà un super ingegnere aerospaziale. Che poi non so, magari ce la farà mica ad integrarsi troppo, e verso i quattordici anni, in pieno esubero ormonale, quando la fighetta biondina in classe con lui non vorrà saperne della sua corte preferendogli il giovine catechista woolrich bellicapelli, quello con lo scooter giusto, con la vespa cinquanta nuova di pacca rossosplendente sotto al culo, si lascerà convincere da qualche vicino di casa che le donne occidentali son tutte troje e gli uomini occidentali cani infedeli senza palle e poveri di spirito, ed ecco che il buon Abubacar Salabimbumbam si sveglierà un mattino jihadista convinto.

D’altr’onde farci cosa, un melone in santa pace seduto sulle panchine di un parco non glielo lasciano mangiare, i genitori in dieci anni hanno ancora da capire che “sorella di padre” vuol dire zia, la mamma sua esce di casa tutta intabarrata e solo per andare al mercato, le sorelle si passano la stessa bambolina di pezza dalla maggiore alla minore e lui invece c’ha la playstation.

La scuola poi non è che aiuti molto, tra insegnanti precari e tagli alle spese ti laurei che sei praticamente semianalfabeta, che per lo meno in un centro islamico s’imparerebbe a memoria qualche sura del corano e di questi tempi un po’ di fede aiuta.

Alla Radio, di sabato sera, quando guiderà un macchinone di dubbia provenienza, invece di ascoltarsi buona musica si sorbirà geremiadi in urdu, hindi o thai e la sua seigiorni scorrerà via tranquilla, aspettando di decrittare il segnale d’inizio della battaglia.

Inversione lungo le pieghe cerebellari: sette del mattino, scariche alvine potentissime in agguato, cranio in procinto di scoppiare, anima su e giù dall’ombelico al gozzo, musica oi! che checché se ne dica rimane un piccolopoco ambigua.

Arrivano tre-quattro camion di medie dimensioni. Gli autisti, bresciani nerboruti e con ghigne poco raccomandabili, di quelli che a guardare bene le braccia spesse come magli han tatuaggi assolutamente vecchia scuola fatti col compasso durante i lunghi e tediosi pomeriggi della galera, scendono rapidi, aprono i portelloni e a bestemmie fan scendere il bestiame nel piazzale di via Serenissima.

Un’ottantina di compatrioti di Abucabar scendono di corsa e si dispongono a prendere ordini.

Il comando è semplice: laurà!

E così te li vedi, aggrappati agli stands per smontarli, con due paia di guanti e un’antinfortunistica ogni diciotto schiavi, subissati di richieste e d’insulti. A pulire con vapore caldissimo, che una sola goccia a dieci metri portata dal vento veniva schivata ad ostie da noi altri, i tavolini e le pedane dove per quindici giorni abbiamo riso parlato ballato fumato vomitato e pensato un mondo assolutamente migliore, correre ed impolverarsi tra un “muoviti diocane” e un “dai scemo”, con i più giovani strattonati dagli anziani, con tutti stremati a fine serata che ritornano sui loro carri bestiame senza aria e puzzanti di sudore che li riporteranno mezzi morti e con cinque euro in più in tasca alla loro tristerrima vita in qualche buco di culo di paese della bassa.

I compagni tutti a dormire nei loro bei letti, la paura del posto di blocco ormai passata, chissà cosa c’è da mangiare dai nonni che oggi è domenica. In via Serenissima qualche bancarellaio e qualche sfattone reduce dell’ultima nottata, lì a guardarci intorno ognuno coi propri pensieri con le proprie colpe con i propri interessi.

Studentelli precari e lavoratori in lotta con il mal di testa e il pancino, aspettare che arrivi l’una per svegliarsi e la mamma che t’ha lasciato un bigliettino con su scritto “il vitel tonnato è in frigo, io esco a comprarmi una borsetta etnica carinissima che ho visto ieri sotto i portici”, il Che sembra sorridere dal poster appeso in soggiorno. Io spero che la fine arrivi presto. L’immagine di una nuova alba su di un mondo distrutto mi fa sorridere l’anima.

Reagendo come tutti alle cose, m’elevo per il solo fatto di biasimarmi e fustigarmi ogni volta che compio un atto, buono o cattivo che sia. Se io sia felice o infelice non discuto, ma ad una sola cosa con gioia sempre penso, che della grande somma (la somma che odio) così ricca di numeri io non faccio parte unità fra le tante. Io non son compreso nel totale e questa gioia mi basta per sé sola.

 

 

 
3° classificato
 
 
Festa di Radio Onda d’Urto memorabile rimarrà sempre quella del 2059.
 
 
Avevo da pochi mesi compiuto i 74 anni ed ero appena andato in pensione, ero felice perché
questo mi permetteva di godermi la festa tutti i giorni senza problemi di orario, tanto la mattina
dopo non avrei avuto un cazzo da fare!
Eravamo già verso la metà dei soliti quaranta giorni di festa, il palco principale era sospeso a
tre metri da terra ma era un po’ instabile, la coda del tifone monsonico della settimana prima aveva
lesionato uno dei motori antigravitazionali e non si riusciva a ripararlo perfettamente, il guasto
produceva anche un fastidioso ronzio che si ripercuoteva sugli amplificatori ad onde direzionali.
Sul palco si stava esibendo un gruppo freak-bestial, i “Cani Rivoltati”, stavano suonando un
pezzo improbabile che nel titolo e nell’esibizione assomigliava ad una serie di rumorosi rutti.
Insomma, probabilmente anche a causa della mia età, oltre che del mio buon gusto musicale,
alla fine le mie povere orecchie non hanno più retto e decisi di farmi un giro per la festa.
Al bar migranti stavano facendo una rassegna di espressione antica del Regno Cristiano
Antidemocratico della Paupasia con ben sedici gruppi in costume metal-naturalistico che si
alternavano sul palco con balli, nenie e mimo tradizionali; molto interessante per i primi tre minuti e
mezzo!
Il ristorante sintetico offriva dei bei piatti che contenevano qualcosa di molto colorato e di
particolarmente invitante, ma non avevo fame, mi presi una birra verde alla spina, da sempre la
bevanda simbolo della festa, sapeva un po’ troppo poco di menta, ma era bella ghiacciata e io mi
sentivo proprio bene, continuai il mio giro con un senso di felicità.
Al bar degli studenti era in atto da quattro giorni la maratona di danza del ventre, mi fermai
un momento a guardare e notai quasi subito mio nipote Jacko, un ragazzo simpatico e intelligente,
cyborg potenziato al 30%, collezionista di veri animali vivi e che si stava facendo una piccola
fortuna commercializzando su eBay vecchi contenitori del latte e collanine rilevatrici di radiazioni;
facemmo due chiacchiere come sempre molto piacevoli, mi raccontò della sua nuova ragazza
cino-maori e delle difficoltà di comunicazione che avevano, bevemmo un’altra birra e menta e ci
salutammo con la promessa che non avrebbe mantenuto di vederci una sera a cena.
Dopo aver lasciato Jacko passai una mezz’ora alla cuberia, dove trovai un paio di cubi di
lettura autoparlanti che pensavo di essermi perso.
Insomma, erano già un paio d’ore che gironzolavo in su e in giù incontrando un po’ di gente,
guardando distrattamente qualche bancarella e continuando a stordirmi di birra e menta alla spina,
quando successe!
Improvvisamente si spensero tutte le luci, in cielo si accesero contemporaneamente decine di
potentissimi fari a led e le piattaforme antigravitazionali dei reparti narcos della polizia
cominciarono a scendere circondando tutta l’area della festa: era in atto un controllo sull’osservanza
della nuova normativa sull’assunzione di droga in vigore da qualche tempo per la gestione delle
masse.
Una voce potente e arrogante cominciò a venire dall’alto e ad intimare a tutti di fermarsi sul
posto e di preparare documenti e certificati di assunzione di droghe per il controllo: questi stronzi
non volevano proprio capirla che non ci saremmo mai piegati al loro obbligo di assunzione
giornaliera di stupefacenti!
Tutta la marea di persone presenti alla festa (chiaramente nessuno in regola con l’assunzione
di droga) cominciò a correre urlando cercando di scappare nel buio, sembrava una bolgia infernale,
molte bancarelle furono travolte dalla folla, la gente cadeva una sull’altra, l’aria era piena di grida e
della polvere sintetica di cui era stata abbondantemente cosparso il piazzale in superduralluminio e
che ora veniva sollevata dall’agitazione di duecentomila persone completamente in balìa del panico.
Finalmente, dopo pochi minuti che sembrarono interminabili ore, con un rumore secco
percepito più con gli occhi che con le orecchie, si riaccesero tutte le luci, si formò in cielo una
specie di cupola tremula ed evanescente percorsa da una sorta di luminosissime scariche, si diffuse
nell’aria un forte odore di ozono, con uno schiocco di aria che va ad occupare uno spazio vuoto si
dissolsero tutte le piattaforme della polizia e cominciò a cadere come una tenue nebbiolina rossa.
Solo in seguito si seppe che Mamysusan, una delle onnipresenti organizzatrici della festa
della radio ancora dai tempi precedenti al colpo di stato trotskysta in Vaticano, era riuscita a
mantenere il sangue freddo e la sua capacità organizzativa e nonostante il buio aveva raggiunto ed
era riuscita ad avviare il generatore atomico di emergenza, che aveva automaticamente messo in
funzione il sistema anti-intrusione poliziesca preso in affitto dall’Ufficio Recupero Fondi del
Sindacato della Quasi Libera Espressione nelle Grandi Feste Popolari e di cui era dotato lo spazio in
cui si svolgeva la festa.
In pochi secondi finirono disintegrate
79 piattaforme antigravitazionali con attrezzature annesse e connesse per un valore totale di
63.448.000 eurodollari completamente pagati con i soldi di contribuenti che a fine settimana non
hanno più neanche di che farsi una birra e menta,
3.862 poliziotti dei reparti narcos completi di divise, armi e mostrine
897 ausiliari dell’ordine per il controllo sulle masse e, purtroppo, un cane poliziotto.
I quotidiani del giorno dopo addebitarono le perdite ad un vile attentato kamikaze degli
integralisti buddisti.